Le elezioni per il rinnovo degli organismi dell’Ordine dei Giornalisti, secondo una consolidata consuetudine, sono in agenda ogni triennio per le ultime tre domeniche del mese di maggio. Ricorrenti voci di corridoio stanno sussurrando che questa volta non sarà così. La scadenza naturale della legislatura sarà spostata avanti di un anno. Dovrebbe comunque interessare soltanto il Consiglio nazionale. E’ una richiesta avanzata ai nostri rappresentanti in Parlamento, ovvero a coloro che fanno parte della Commissione cultura della Camera dei deputati, presieduta dall’on. Valentina Aprea del Pdl.
Perché la richiesta? Il motivo esiste, come peraltro non sarebbe nemmeno sconosciuto chi ne auspica il rinvio. All’esame della citata Commissione c’è la proposta di legge Pisicchio per la riforma dell’ordine professionale. Una proposta trasversale, che non appare favorevole ai giornalisti pubblicisti. Allo stato attuale sono intorno ai 70 mila e contribuiscono alla vita dell’istituto pubblico con ben 7 milioni di euro.
Il problema è costituito dalla crescita delle rappresentanze, che potrebbero condurre all’ingovernabilità del Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti. Se si andasse avanti con il meccanismo previsto dalla legge 69/63 queste aumenterebbero troppo. Sin qui tutto bene. Ma c’è un’altra ragione, non detta esplicitamente. I pubblicisti sarebbero in numero maggiore rispetto ai professionisti e di conseguenza, in teoria, potrebbero così occupare tre delle quattro cariche di vertice previste dall’ordinamento. E non solo queste. Per far si che i professionisti continuino ad essere i dominus è prudente un metodo diverso, che non consenta ai pubblicisti di crescere oltre misura e modificare così i rapporti di forza. Ci sarebbe di mezzo l’articolo 3 della Costituzione, più volte invocato ed applicato per contrastare le cosiddette leggi ad personam. Ma da noi le regole, in genere, restano sulla carta.
Non più 1000 pubblicisti per un consigliere nazionale, ma 2500. Se così fosse si aprirebbe un altro problema. Per quale motivo si dovrebbero corrispondere le quote annuali, considerate alla stessa stregua di una tassa, per non avere alcun peso? L’on. Aprea, autorevole esponente del Partito della libertà, non potrebbe suggerire un’altra soluzione? I professionisti, con il loro esame di idoneità professionale, da una parte ed i pubblicisti in una associazione professionale riconosciuta dall’altra. I sindacati confederali, che stanno studiando le nuove regole per l’Iva volte ad agevolare anche i giornalisti autonomi, non si opporrebbero. Anzi, non sarebbero alieni di dare il loro appoggio. Dietro tutto, ma potrebbe essere pura fantasia, i risultati del prossimo congresso della Fnsi.
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