Viaggio a tutto tondo nel mondo dei pubblicisti: dalla PEC ad un nuovo modello di rappresentanza professionale.
Udite. Udite !!!! Siamo alle solite. Anche questa volta la “qualità” dell’informazione erogata dalle Istituzioni
(..sì con la I maiuscola perché noi siamo da sempre umili e devoti servitori delle Istituzioni….) preposte lascia a desiderare. Entro la fine di novembre tutti i professionisti iscritti in Albi ed elenchi istituiti con legge dello Stato, giornalisti compresi, dovranno dotarsi obbligatoriamente per legge di un indirizzo di "Posta Elettronica Certificata" (PEC) o di un altro sistema di comunicazione con caratteristiche analoghe. La norma fissata in un primo tempo dal “Decreto Anticrisi", approvato dal Governo nell'autunno dell'anno scorso, è stata ora riconfermata e trasformata in legge.
L'obbligo scatterà più precisamente dal prossimo 29 novembre (!!!) perché, al momento del varo del provvedimento, il Governo ha fissato in un anno esatto il tempo per permettere ai professionisti di adeguarsi a questa nuova disposizione. Le imprese invece avranno tre anni di tempo.
L'utilizzo della PEC sostituisce il fax e la raccomandata, "A/R" compresa, e dovrebbe permettere, soprattutto alla pubblica amministrazione e pure ad altri enti ed associazioni come i nostri organismi di categoria, notevoli risparmi. Idem ovviamente anche per imprese e liberi professionisti che potranno utilizzare questa soluzione per spedire e ricevere fatture e tutti gli altri documenti di una certa rilevanza a costi praticamente quasi azzerati.
I professionisti interessati da questa nuova norma, non solo dovranno dotarsi di un indirizzo PEC attivandolo - costo previsto tra i 5 e i 25 euro annui - presso uno dei molti gestori certificati esistenti, ma dovranno poi comunicarlo ai loro Ordini o Collegi di appartenenza dove, sempre per legge, devono intanto essere stati costituiti idonei elenchi con gli indirizzi di posta elettronica certificata dei loro iscritti, la consultazione dei quali, dice la Norma, "avviene liberamente e senza oneri" anche se "l'estrazione di elenchi di indirizzi " è consentita invece "alle sole pubbliche amministrazioni per le comunicazioni relative agli adempimenti amministrativi di loro competenza".
Uno degli aspetti più interessanti, ma pure meno rassicuranti per via della mancanza di quelle garanzie che solo la lunga esperienza assicura, è che l'Italia è il primo paese europeo ad aver introdotto per legge la PEC.
Nel caso specifico dei giornalisti, l'applicazione pratica di questa legge configura però da subito una intricata serie di dubbi connessi alla corretta individuazione dei soggetti tenuti alla PEC obbligatoria. In primo luogo c'è infatti da capire bene a quali specifiche figure si riferisce la legge quando parla (art.7) di " professionisti iscritti in albi ed elenchi istituiti con legge dello Stato".
Nessuna incertezza ovviamente sul fatto che hanno l'obbligo di posta elettronica certificata tutti i colleghi giornalisti professionisti che esercitano la libera professione: quelli cioè che, con tanto di partita Iva, dichiarano i propri redditi nel Quadro RE del modello Unico.
Le complicazioni e le incertezze da chiarire a fondo sorgono invece quando ci si chiede se, tra questi "professionisti" indicati nel provvedimento del Governo, sono da considerarsi, o meno, tutti gli iscritti all'Odg senza alcuna distinzione , oppure se solo i giornalisti professionisti, o invece se, come per i colleghi professionisti della libera professione, l'obbligo PEC riguarda pure i pubblicisti configurati a livello fiscale come liberi professionisti.
Insomma anche qui in primo luogo torna di nuovo al pettine soprattutto il nodo della natura anomala dell'Albo del nostro Ordine nel quale, anche se in elenchi ben distinti, convivono in parallelo due figure di natura giuridica totalmente differenti: i giornalisti professionisti e i pubblicisti. I primi, come sappiamo, che in base alla legge sull'ordinamento professionale esercitano in modo esclusivo la professione di giornalista e i secondi che, sempre secondo la stessa legge, svolgono invece più semplicemente attività giornalistica continuativa e retribuita in parallelo ad altre professioni o mestieri. Siamo perciò certi che entrambe queste realtà del giornalismo siano assimilabili, anche ai fini di questo nuovo obbligo di legge, alle figure giuridiche definite dal legislatore come "professionisti"?
Per non parlare poi dei fotoreporter della comunicazione, una vera e propria figura professionale ormai anacronistica, oggi annoverati negli elenchi dell’Ordine dei Giornalisti ma ancora intenti a definire le regole etiche e deontologiche (….. dopo i fatti ormai noti balzati prepotentemente alla cronaca ……!!!) ed ormai superati dalle richieste dei “new media”, che vogliono solo figure professionali capaci di veicolare su Internet contenuti diversificati. Ed ecco i nuovi "content producer" ossia coloro che producono contenuti da immettere sui siti internet o sui dispositivi digitali. Nella maggior parte dei casi, queste figure si formano autonomamente una propria professionalità senza passare per i canali tradizionali del giornalismo che, d’altronde, risultano spesso ancorati a vecchi standard e, dunque, impreparati a fornire le competenze richieste dal mercato del lavoro.
Ma anche i pubblicisti non se la passano bene !!! I collaboratori esterni dei giornali, continuano a restare ai margini del mondo del lavoro, giornalistico e non. Ma chi sono questi fantomatici fornitori di notizie di cui i giornali si servono per costruire ad arte le loro pagine? Sono giovani, hanno in media tra i 20 ed i 40 anni, sono diplomati, studenti universitari e laureati.
Sognano uno splendido futuro nella carta stampata o in radio e tv, per questo accettano di scrivere articoli con compensi bassissimi, talvolta anche gratis, aspettando almeno un rimborso spese che consenta l'agognata iscrizione all'Albo dei Giornalisti, nell'elenco dei Pubblicisti.
Per il professionismo bisogna sperare in un contratto di praticantato che oggi gli editori non applicano quasi più. Ecco perchè molte redazioni pullulano di pubblicisti che per 10 anni e forse più svolgono a tempo pieno le mansioni di redattori, ma senza alcuna garanzia contrattuale, cadendo vittime di uno sfruttamento senza via d'uscita.
Non meno facile è la vita dei corrispondenti locali che tempestivamente inviano ai quotidiani notizie di cronaca dalle zone di propria competenza, percependo compensi ad articolo, come se gli articoli fossero merce che si compra al mercato e non il prodotto di un faticoso lavoro di ricerca e di elaborazione di notizie.
I compensi vanno in media dai cinque ai dieci euro a pezzo, ma ci sono compensi anche più bassi, di tre euro e per le brevi, anche di un euro, al lordo di ritenute fiscali. Per tanti pubblicisti, dopo anni di precariato scatta il desiderio di fuga, ma l'esperienza giornalistica pregressa non aiuta ad inserirsi in altre professioni, anzi talvolta è un elemento discriminante.
Per gli editori il problema non esiste perchè secondo la legge il pubblicista è un collaboratore che svolge altre professioni e che mette il suo sapere al servizio di un giornale.
Ma la realtà è ben diversa: pubblicista è anche chi scrive sistematicamente per un giornale sperando di diventare professionista
ed è questo desiderio, questo entusiasmo giovanile, questa voglia di emergere che gli editori hanno astutamente sfruttato per realizzare giornali a costo zero.
Gli editori dei quotidiani non hanno bisogno dell'avvocato o del medico che di tanto in tanto scrive di contenuti specialistici, ma di giovani di belle speranze disponibili a fornire cronaca in quantità industriale ed è questo il fatto più grave del pubblicismo italiano, che per questo va regolamentato e contrattualizzato.
Tanti pubblicisti si orientano verso gli uffici stampa, ma la difficoltosa applicazione della legge 150/2000 vede ancora lontano il futuro dei pubblici concorsi.
In molte zone d'Italia, specie al Sud, esistono ancora gli incarichi fiduciari, cioè selezioni clientelari degli addetti stampa, i quali, solitamente, ottengono contratti a termine, in attesa di tempi migliori.
Questo è il quadro desolante per molti quarantenni pubblicisti precari, che si ritrovano, alle spalle, esistenze distrutte e davanti, nessun futuro.
Ma la battaglia per la riforma dell'accesso alla professione giornalistica è per il momento al palo…. (……e noi diremmo per fortuna !!!…..anche se in realtà la Commissione Cultura della Camera dei Deputati ha già avviato la discussione della proposta di legge che prevede la modifica, in alcuni suoi punti, della legge istitutiva dell'Ordine dei Giornalisti).
Infatti siamo di fronte ad una situazione talmente grave che la recente proposta di legge “Norme relative alla riforma dell' Ordine dei Giornalisti" a firma di alcuni Onorevoli nonché giornalisti professionisti bipartisan, non fa altro che peggiorare.
Alla debolezza della risposta dell'Ordine sul piano dell'etica si aggiunge la inadeguatezza delle regole dell'accesso alla professione. Pensiamo che ormai l’Ordine non riesca a svolgere tempestivamente e con efficacia il ruolo di garante dell'etica dei giornalisti e dei cittadini e che anche le regole dell'accesso alla professione appaiono inadeguate di fronte al dilagare del precariato e del lavoro nero.
Ma ecco la bella notizia ( ..anche noi vogliamo avere la nostra good news …..!!!).
C'e' bisogno di una svolta nell'informazione perche' non siamo agli anni '50 e bisogna trovare un nuovo modello per organizzare i lavoratori del settore. Anche questa volta i sindacati confederali aprono le porte ad una svolta storica con l’obiettivo di garantire il pluralismo dei lavoratori dell'informazione che, ad oggi, pare sia venuto meno nell'area sindacale preposta alla tutela dei lavoratori stessi.
C'e' bisogno di un un nuovo modello sindacale che sappia difendere gli interessi e i diritti dei giornalisti pubblicisti; occorre però che questi si impegnino e si organizzino affrontando il percorso del riconoscimento della Associazione Professionale, consentito dal mutato assetto legislativo di riferimento (D.lgs. di recepimento della Direttiva Qualifiche 2005-36).
Qui avremo bisogno del massimo sostegno, che peraltro abbiamo già riscontrato, dei sindacati confederali che dovranno essere al nostro fianco perche' e' importante che ci sia un sindacalismo efficace.
Qui non si tratta di fare un sindacato nuovo. Qui si tratta di difendere il pluralismo dell’informazione e quindi l’attuale sindacato di rappresentanza dei lavoratori della stampa deve essere consapevole della necessità di rifondarsi profondamente, abbandonando l’impostazione “ideologica”, che ha contraddistinto il suo operato negli ultimi anni. Un sindacato unico dovrebbe rappresentare tutti e non solo una parte politica, dimenticando di rappresentare e tutelare il dramma dei precari, propri di ogni struttura redazionale, sfruttati e privi di qualsiasi diritto.
Analogamente i sindacati confederali dovranno confermare le buone intenzioni già manifestate offrendo tutto il loro appoggio materiale e morale a chi dentro il sindacato non si sente rappresentato, ma non vuole disarticolare l’attuale impianto dell’Ordine e delle strutture previdenziali e assicurative, piuttosto qualificarle ai bisogni ed alle domande dei Pubblicisti.
IL GATTO CON GLI STIVALI
ROMA, 19 NOVEMBRE 2009
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