Nel mare magnum del giornalismo italiano gli “operatori dell’informazione”, come sono definiti oggi quanti lavorano nelle varie testate radiotelevisive, nei settimanali e nei mensili nonché nei quotidiani, sono inquadrati, come noto, in due grandi categorie: professionisti e pubblicisti.
Una ripartizione che fuori dei confini del Bel Paese non esiste, come non esiste l’Ordine dei Giornalisti, una volta Albo. Nell’interminabile elenco dei pubblicisti che scrivono, parlano o teletrasmettono, figura un ridotto manipolo di fotografi, cineoperatori, cameraman, spesso privi di un rapporto contrattuale con gli editori (è il caso delle centinaia di piccole tv private, dei giornali locali, delle emittenti radiofoniche cosiddette minori) e quindi esposti ai loro capricci. I quali editori approfittano della fame di lavoro che c’è oggi in Italia per corrispondere remunerazioni irrisorie a quanti offrono i loro servigi, che sarebbe più giusto chiamare servizi. Essi hanno un’importanza primaria nel mondo dell’informazione poiché il fotografo come il cameraman offrono merce dal valore inestimabile, la prova provata che un evento è avvenuto come dimostrano le loro immagini che non sono suscettibili d’interpretazioni o distorsioni.
Bene, nonostante l’alta caratura del loro lavoro, sempre più spesso a rischio della pelle, gli addetti alle cronache visive, non hanno una “visibilità” ed un peso nell’Ordine dei Pubblicisti poiché sono una minoranza e, come tutte le minoranze, non sono adeguatamente tutelati sotto tutti i punti di vista.
A questo punto c’è da chiedersi se non sia il caso che i “lavoratori dell’immagine” trovino il modo di uscire dal limbo del disinteresse nel quale sono relegati per formare una piccola ma agguerrita schiera, sotto forma di un’associazione nella quale ciascuno veda tutelati i propri interessi e che faccia sentire la propria voce.
Potrebbe essere un modo per mettere in mora l’Ordine nazionale dei giornalisti cui versano annuale senza alcun tangibile corrispettivo.
Non è una cosa facile come può sembrare perché lo spiccato individualismo che caratterizza quanti fanno questo mestiere non è certo un buon collante.
Ma uniti si vince.
Mario De Renzis
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