ANGPI
ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIORNALISTI PUBBLICISTI ITALIANI
Nel mondo delle professioni si è aperto negli ultimi anni un dibattito sempre più vivace ed attento a recepire le istanze dei Professionisti, ormai noti come il popolo degli Invisibili.
Del resto la grande crisi economica che stiamo vivendo ci spinge a prefigurare un nuovo modello di organizzazione tipica delle imprese ma che si applichi, anzi tuteli al meglio, la prestazione intellettuale anche dei Giornalisti Pubblicisti.
Insomma anche qui in primo luogo torna di nuovo al pettine soprattutto il nodo della natura anomala dell'Albo del nostro Ordine nel quale, anche se in elenchi ben distinti, convivono in parallelo due figure di natura giuridica totalmente differenti: i giornalisti Professionisti e i Pubblicisti. I primi, come sappiamo, che in base alla legge sull'ordinamento professionale esercitano in modo esclusivo la professione di giornalista e i secondi che, sempre secondo la stessa legge, svolgono invece più semplicemente attività giornalistica continuativa e retribuita in parallelo ad altre professioni o mestieri.
I collaboratori esterni dei giornali, continuano a restare ai margini del mondo del lavoro, giornalistico e non. Ma chi sono questi fantomatici fornitori di notizie di cui i giornali si servono per costruire ad arte le loro pagine? Sono giovani, hanno in media tra i 20 ed i 40 anni, sono diplomati, studenti universitari e laureati.
Sognano uno splendido futuro nella carta stampata o in radio e tv, per questo accettano di scrivere articoli con compensi bassissimi, talvolta anche gratis, aspettando almeno un rimborso spese che consenta l'agognata iscrizione all'Albo dei Giornalisti, nell'elenco dei Pubblicisti.
Per il professionismo bisogna sperare in un contratto di praticantato che oggi gli editori non applicano quasi più. Ecco perchè molte redazioni pullulano di pubblicisti che per 10 anni e forse più svolgono a tempo pieno le mansioni di redattori, ma senza alcuna garanzia contrattuale, cadendo vittime di uno sfruttamento senza via d'uscita.
Non meno facile è la vita dei corrispondenti locali che tempestivamente inviano ai quotidiani notizie di cronaca dalle zone di propria competenza, percependo compensi ad articolo, come se gli articoli fossero merce che si compra al mercato e non il prodotto di un faticoso lavoro di ricerca e di elaborazione di notizie.
I compensi vanno in media dai cinque ai dieci euro a pezzo, ma ci sono compensi anche più bassi, di tre euro e per le brevi, anche di un euro, al lordo di ritenute fiscali. Per tanti pubblicisti, dopo anni di precariato scatta il desiderio di fuga, ma l'esperienza giornalistica pregressa non aiuta ad inserirsi in altre professioni, anzi talvolta è un elemento discriminante.
Per gli editori il problema non esiste perchè secondo la legge il Pubblicista è un collaboratore che svolge altre professioni e che mette il suo sapere al servizio di un giornale.
Ma la realtà è ben diversa: pubblicista è anche chi scrive sistematicamente per un giornale sperando di diventare professionista
ed è questo desiderio, questo entusiasmo giovanile, questa voglia di emergere che gli editori hanno astutamente sfruttato per realizzare giornali a costo zero.
Gli editori dei quotidiani non hanno bisogno dell'avvocato o del medico che di tanto in tanto scrive di contenuti specialistici, ma di giovani di belle speranze disponibili a fornire cronaca in quantità industriale ed è questo il fatto più grave del pubblicismo italiano, che per questo va regolamentato e contrattualizzato.
Tanti pubblicisti si orientano verso gli uffici stampa, ma la difficoltosa applicazione della legge 150/2000 vede ancora lontano il futuro dei pubblici concorsi.
In molte zone d'Italia, specie al Sud, esistono ancora gli incarichi fiduciari, cioè selezioni clientelari degli addetti stampa, i quali, solitamente, ottengono contratti a termine, in attesa di tempi migliori.
Questo è il quadro desolante per molti quarantenni pubblicisti precari, che si ritrovano, alle spalle, esistenze distrutte e davanti, nessun futuro.
Ma la battaglia per la riforma dell'accesso alla professione giornalistica è per il momento al palo, anche se in realtà la Commissione Cultura della Camera dei Deputati ha già avviato la discussione della proposta di legge che prevede la modifica, in alcuni suoi punti, della legge istitutiva dell'Ordine dei Giornalisti.
Infatti siamo di fronte ad una situazione talmente grave che la recente proposta di legge “Norme relative alla riforma dell' Ordine dei Giornalisti" a firma di alcuni Onorevoli nonché giornalisti professionisti bipartisan, non fa altro che peggiorare.
L’attuale legge in vigore mostra in più parti i suoi 47 anni !! Le uniche modifiche, vedi l’interpretazione dell’articolo 34, quello relativo al praticantato, le ha apportate lo stesso Consiglio nazionale. Pur privo di poteri legislativi ha superato, con la sua giurisprudenza, in più parti il dettato di legge. Consente, per esempio, l’iscrizione nel registro dei praticanti anche a coloro che non lo svolgono “ presso il servizio giornalistico della radio o della televisione “ italiana. Sempre sulla RAI, le cui risorse sono fornite dal contribuente con la tassa di possesso, non è mancato un accenno alla circostanza che i pubblicisti, per via degli accordi con l’Usigrai, sono esclusi dai contratti di collaborazione. In perfetta sintonia con l’articolo 3 della Costituzione !!!!
Ricordiamo che l’unica proposta legislativa, che poteva produrre una svolta, era stata quella presentata a suo tempo in Senato e suggerita dal Gruppo Pubblicisti Unitari di Stampa Romana. Prevedeva uffici stampa, freelance ed il passaggio dopo dieci anni all’altro elenco, quello dei Professionisti. Purtroppo non si è risolta in un provvedimento legislativo per l’opposizione dello stesso Consiglio nazionale dell’Ordine.
Così i problemi sono restati e sono ancora più complessi. Compreso quello dell’Albo unico, che avrebbe risolto quel conflitto tra professionisti e pubblicisti. I primi ritengono di essere i dominus dell’informazione, soltanto loro possono essere redattori. Sono posti in un gradino più in alto e qualche pronuncia giurisprudenziale va in questa direzione.
Quindi alla debolezza della risposta dell'Ordine sul piano dell'etica si aggiunge la inadeguatezza delle regole dell'accesso alla professione. Pensiamo che ormai l’Ordine non riesca a svolgere tempestivamente e con efficacia il ruolo di garante dell'etica dei giornalisti e dei cittadini e che anche le regole dell'accesso alla professione appaiono inadeguate di fronte al dilagare del precariato e del lavoro nero. Le compromissioni di alcuni giornalisti con i poteri dello stato e il dilagare del malcostume professionale, come è stato purtroppo dimostrato in numerosi casi, rafforzano tra i colleghi e in tutti noi la convinzione che l'Ordine sia inadeguato o, quantomeno, impotente ad affrontare problemi che ormai toccano l'essenza stessa della professione. Diciamo questo prescindendo da un giudizio sui dirigenti dell'Ordine che invece stimiamo e che appaiono, spesso, impotenti di fronte ad una legge ordinistica vecchia e farraginosa.
Ma allora perché non procedere ad una proposta di legge radicale di riforma in senso anglosassone con l’abolizione dell’Ordine Professionale ……… o meglio ancora si potrebbero cogliere le opportunità offerte dal “sistema duale” grazie al mutato assetto legislativo di riferimento (D.Lgs. 206 del 2007 “Qualifiche Professionali” in recepimento della Direttiva Qualifiche 2005/36/CE).
L’Associazionismo di tipo professionale, nel nostro caso l’Associazione Nazionale Giornalisti Pubblicisti Italiani (ANGPI), non vuole disarticolare l’attuale impianto dell’Ordine e delle strutture previdenziali e assicurative, piuttosto qualificarle ai bisogni ed alle domande delle singole Categorie dei Professionisti e dei Pubblicisti.
Nella stessa logica non si vuole rompere l’unicità della struttura contrattuale dei vari comparti dell’informazione ma prevederne una specificazione adeguata al profilo delle Categorie ed alle conseguenti peculiarità della tutela contrattuale in termini normativi e retributivi. Le soluzioni possono essere diverse ma non possono prescindere da una presenza della rappresentanza delle Associazioni Professionali di Categoria nelle varie fasi del ciclo della contrattazione (dalla elaborazione delle piattaforme, alla stipula degli accordi, alla gestione degli stessi, alla qualifica della formazione professionale).
La corretta indicazione della via universitaria si scontra con il dilagare senza regole dei master in giornalismo regolati da convenzioni inadeguate in molti casi, ad una vera formazione e con l'uso selvaggio degli stagisti sfruttati e usati come massa di manovra per spingere al ribasso il costo del lavoro. Da notare poi che ogni anno l'Ordine sforna attraverso l'esame di stato almeno mille nuovi giornalisti professionisti che vanno ad ingrossare le file delle liste di disoccupazione (leggi sottoccupati) che ormai sfiorano le 3000 unità. Il problema dell'accesso alla professione demandato all'Ordine rischia di tradursi in un grave problema sindacale (disoccupazione e precariato di massa).
Ci appare quindi evidente che la stragrande maggioranza dei giornalisti che tutti i giorni fanno i conti con il degrado etico della categoria e con i gravi problemi del lavoro, ritiene che così come è oggi l'Ordine dei giornalisti non ha senso.
Ricordiamo che il procedimento relativo all’art. 26 del Dlgs 206/2007 prevede sulla base di requisiti prestabiliti l’inserimento in un elenco tenuto dal Ministero di quelle associazioni rappresentative a livello nazionale delle professioni non regolamentate ponendosi come obiettivo l’idoneità ( …il famoso Bollino Blu …..!!!) alla partecipazione ai tavoli di elaborazione delle piattaforme comuni europee.
Quindi ora siamo alle strette ………in quanto dovendo accettare che i professionisti degli altri paesi europei operino in Italia è necessario recepire pienamente la suddetta Direttiva Europea, altrimenti a molti nostri professionisti verrebbe impedito il percorso inverso, ed assieme lasciare sguarniti molti tavoli tecnici, dove si discuteranno le piattaforme comuni, oppure impedire loro la possibilità di parteciparvi.
Quindi una maggiore flessibilità per il mercato dei servizi.
E' ripresa così la bagarre infinita tra Associazioni professionali e Ordini, che definiscono il tutto una débacle.
Ricordiamo che nelle ultime tre legislature il Governo italiano ha approvato tre diversi disegni di legge per la riforma della professioni (il ddl Flic nel 1997, il ddl Fassino nel 2000, il ddl Mastella nel 2006).
Tanto lavoro, ma nessun risultato. I nodi che hanno bloccato l'iter dei ddl non sono stati, come si dice, le tariffe, la pubblicità, la conflittualità tra le attribuzioni dello Stato e delle Regioni, ……Il vero scoglio sul quale si sono infranti tutti i tentativi di riforma è stata la regolamentazione delle libere associazioni professionali.
Da una parte c'è chi ritiene che debba essere lo Stato, e solo lo Stato, per il tramite di enti pubblici appositamente istituiti, gli Ordini professionali, ad autorizzare l'esercizio di ogni atto professionale, sulla scia delle concezioni dei primi anni del secolo scorso caratterizzati dalla staticità dei saperi, dall'altra chi pensa che la società della conoscenza nella quale viviamo, con il suo vorticoso evolversi, richieda strumenti aggiuntivi più flessibili, come le Associazioni Professionali. E' un legittimo scontro sui principi. Certo fa meraviglia che partiti che si dicono liberali e modernizzatori abbiano strenuamente difeso lo statalismo del primo ‘900. Ora però il ritardo accumulato ha obbligato il Governo a recepire pienamente la Direttiva 35/06.
Proprio per questo rimaniamo meravigliati della reazione davvero scomposta del Coordinamento degli Ordini quando non viene leso nessun loro diritto acquisito, non viene intaccata alcuna loro competenza. Anzi il sistema viene rafforzato dalla presenza di altri protagonisti, che non potranno non essere qualificati, visti gli elevati requisiti richiesti e gli Ordini, in quanto enti sussidiari dello Stato, dovrebbero solo essere contenti.
E invece no !!!
Il riconoscimento delle associazioni e della conseguente possibilità per i soggetti dotati di “Bollino blu” di rilasciare attestati di competenza ai professionisti iscritti, aprendo la strada a una prima forma di certificazione dei nuovi skill professionali (ai sensi della Direttiva Comunitaria 92/51), diventa motivo di scandalo ……….e gli Ordini restano sul piede di guerra.
Non riescono a capire che i fondamenti della Riforma in atto stabilisce principi efficienti per favorire il libero esercizio delle professioni in Europa che è condizione essenziale per la crescita dell’economia della conoscenza e dei servizi.
Le attese approvazioni del Ministero di Grazia e Giustizia, in linea con le direttive comunitarie, dimostrano come anche le Istituzioni politiche abbiano compreso l'importanza del ruolo rivestito dalle Associazioni professionali nel tessuto economico e sociale italiano.
Finalmente Ordini e Associazioni potrebbero lavorare insieme per il raggiungimento di obiettivi comuni quali la competitività del paese, la mobilità professionale e la tutela del consumatore - utente.
Questo successo ¬ ci darebbe nuova linfa per realizzare al più presto una riforma delle Professioni che dia pieno riconoscimento alle Associazioni e porti a completamento un lavoro che dopo lunghi anni di attese è finalmente cominciato.
Luciano Nappi (*)
(*) Assistente del Presidente e Responsabile Rapporti con le Istituzioni.
ROMA, maggio 2010
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